My first week in China (ever)


Ciao a tutti,
solita mail di gruppo, solito Fabio, solito viaggio.. ma beh, ormai lo sapete che mi faccio più vivo quando viaggio che quando sono a casa, sarà che a casa vi sento più vicini mentre ovunque vada un po’ viaggiate anche con me..

Questa volta il destino mi ha portato in Cina, vicino a Shanghai, per un viaggio di lavoro che non ho esitato a trasformare in un viaggio di quelli che intendo io. La cultura cinese, quella tradizionale, mi insegue e la inseguo ormai da un po’ di tempo e maggiormente da quando mi sono messo a studiare Shiatsu (si si, è giapponese ma con la Cina c’entra). Quale occasione migliore per fare un tuffo in quella che è la Cina contemporanea, scoprire come vivono e dove vivono tutte queste persone, come son organizzate e che faccia hanno?

Tutto inizia di fretta, il lunedì mattina di rientro dopo il mio incidente in moto a lavoro – si, ho fatto un incidente in moto, per chi non fosse ancora informato, un tir mi ha tagliato la strada (un bel non vederlo un tir, accidenti!) e non sono riuscito a fermarmi in tempo, nulla di rotto, un ginocchio ammaccato, moto mezza distrutta e ora solo più i trasporti eccezionali mi fanno paura :) – ancora zoppicavo quando il mio capo mi dice “parti per la Cina, fai il visto e prenota il volo” ed ora del pomeriggio avevo il volo prenotato, il visto in attesa nonostante la foto sul passaporto di quando avevo i capelli lunghi e l’incredulità mista a eccitazione e paura pre-partenza, una di quelle sensazioni a cui non vuoi dare ascolto e cerchi di ignorare fino a due giorni prima della data scritta sul biglietto, quando inizi a mettere in lavatrice le cose per la valigia.

Il mio primo volo trans-continentale – mi ero ripromesso di viaggiare fuori dall’Europa quest’anno, ma non pensavo arrivasse così presto – il mio primo giorno in un mondo alieno. Il 27 e 28 maggio di quest’anno li ricorderò come il giorno delle prime cose di quest’anno, il mio primo taxi a Torino, il mio primo volo di 12 ore, il mio primo taxi abusivo che decide di piantarmi senza soldi in mezzo ad un incrocio dopo 2 ore di guida spericolata per le autostrade di Shanghai, il mio primo taxi regolare cinese che mi porta al lavoro dopo averlo chiamato dalla reception di una ditta trovata camminando a piedi per una sperduta via della campagna Cinese, il mio primo giorno di lavoro in Cina, il mio primo pasto per strada per le bancarelle del “mi raccomando non mangiare per strada che se no stai male”, i miei primi veri ravioli cinesi mangiati mentre una schiera di persone esterrefatte ti guardano perché sei occidentale, con una sciarpa e una giacca impermeabile e soprattutto hai la barba e i baffi, la mia prima parola di cinese pronunciata coscientemente: nihao (e praticamente l’unica imparata anche a consuntivo del viaggio).

Il mio approccio al continente cinese è stato un po’ da cavalleria lanciata, volevo vedere tutto e subito, capire come funzionavano le cose. Strade enormi popolate da macchine di tutte le marche, tutte le forme e tutte le condizioni, moto e motorini elettrici guidati da persone senza casco che sfrecciano ovunque, anche nella corsia a loro riservata, ma non necessariamente. All’inizio è tutto nuovo e quindi non riesci a staccare gli occhi da quello che vedi, ma l’abitudine al viaggiare permette di rendere routine già la seconda volta che fai una cosa quelle che ritieni le attività secondarie, come dormire, spostarsi dall’albergo al lavoro, organizzare la camera e i tuoi averi. La spinta rimane però costante nel mio voler vedere da vicino la realtà cinese e per questo mi metto a camminare, camminare da solo, la sera al buio – le uniche ore concessemi dal lavoro per poter visitare qualcosa – nei quartieri residenziali attorno all’albergo. Già dalla prima sera, prima di trovare la zona del cibo di strada, ho girato tutto un quartiere residenziale, osservato come un alieno che osserva gli alieni. Due giorni dopo mi butto per la cittadina di Kunshan, che conta più della popolazione di Milano, sempre a piedi per oltre 3 ore, fino al centro dei grattacieli e dei parchi ben tenuti e ritorno, attraverso quartieri popolari, centri sportivi dove la gente passeggia, corre, balla, chiacchiera, flirta, combatte; vie piene di centri estetici e parrucchieri con banco bar per far attendere i fidanzati davanti ad una birra, attraversando strade che molti mi avrebbero consigliato di non fare ma che non presentano nessun pericolo tranne quello che puoi portare te col tuo comportamento. La vita dei cinesi mi si presenta come indaffarata, con negozi sempre attivi a qualsiasi ora e qualsiasi giorno, traffico a tutte le ore, rispetto reciproco nel “ti avverto che sto arrivando suonando il clacson, sicuro che io non mi sposterò dalla traiettoria che ho deciso di fare”.

Il lavoro intanto scorre tranquillo nel suo essere indaffarato e alla rincorsa di pezzi, situazioni, elementi e strutture sia fisiche che gerarchiche. Mi ritrovo a dover seguire le attività di delibera del mio robot, il mio ultimo cucciolo robotizzato che mi è stato affidato a novembre scorso per il controllo e che sta iniziando ad essere prodotto qui a Kunshan. Le attività sono spesso rallentate dalla presenza di una sola persona tuttofare che le segue, risorsa preziosissima che ogni tanto scompare perché qualcuno gli chiede di fare qualcosa che solo lui può fare, come mettersi a saldare mentre stava misurando la struttura del robot o spostare con il carroponte oggetti mentre stava attaccando le etichette sui motori. La fabbrica intanto cresce attorno, la linea di montaggio viene definita, quella di cablatura allestita, i fornitori ci portano robot già verniciati e tutti sono molto interessati a seguire le nostre istruzioni per portare a termine il lavoro. Quello che facciamo è spesso filmato, fotografato, schematizzato e fedelmente riprodotto, anche se non strettamente necessario. Tempo qualche giorno di intenso lavoro riusciamo a rendere pronto per il cliente il primo robot in assoluto prodotto interamente in questo stabilimento. Grande gioia e foto di rito segnano l’evento. La barriera linguistica e culturale esiste eccome, spesso dicono di si pur non avendo capito, spesso a richieste in inglese seguono consulti in cinese tra di loro di diversi minuti, che poi portano alla domanda di rispiegare tutto da capo o all’azione totalmente opposta alla richiesta iniziale. L’inglese che si usa per comunicare è basico, dalle poche parole fondamentali, aiutate dai gesti che a noi italiani vengono naturali per indicare “qui”, “lì”, “questo”, “dopo”, “io”, “tu”, eccetera.. Accettando di andare a mensa con gli operai, oltre ad essere guardato anche li come un alieno, un alieno che però merita doppia razione di riso e un cosciotto di pollo in più rispetto agli altri, vengo idolatrato dall’omino tuttofare della delibera, del quale per giorni non sappiamo nemmeno il nome, in quanto suo insegnate, fino a tal punto che l’ultimo giorno, dopo averlo salutato, mi segue fino in fondo al capannone per salutarmi ancora ed aprirmi la porta mentre me ne vado, dicendomi che non mi dimenticherà mai.

Il mio viaggio qui coincide con la festività del primo maggio, festa nazionale per la repubblica cinese e ottima scusa per un ponte di vacanza, uno dei pochi degli operai e lavoratori locali, che però noi decidiamo di far saltare, lavorando sia venerdì 2 che sabato 3 maggio e lasciando come ferie il primo ed il 4. Avendo due giorni a disposizione la voglia di vedere, conoscere, scoprire deve essere saziata a tutti i costi e così decido di dividere il tempo equamente tra Shanghai e Suzhou, entrambe equidistanti da Kunshan ma dai sapori opposti: moderno ed antico.

Per arrivare a Shanghai occorre prendere un treno, per prendere un treno bisogna avere il biglietto, per fare il biglietto, il primo maggio, si deve fare almeno un’ora e mezza di coda, per prendere il biglietto è fortemente consigliato avere un foglio stampato con la destinazione e l’orario o saper parlare cinese.. indovinate un po’.. io non avevo nessuna delle ultime due cose :) Il dio del viaggio anche questa volta però mi è stato favorevole ed è così in coda dietro di me arrivano due ragazzi, un americano e la sua ragazza cinese che iniziano a parlare tra di loro inglese. Finalmente una lingua riconoscibile nella confusione della stazione.. Attacco subito discorso e mi faccio aiutare a comprare i biglietti. Pranzando poi con loro due scopro un po’ di Cina, come ad esempio che gli impiegati statali non possono uscire con gli stranieri, qualche regola di comportamento a tavola e un po’ di furbizie per prendere la metro a Shanghai. Da loro ricevo uno dei più bei complimenti (io lo considero così) che mi abbiano mai fatto: “You look like one who’s traveling the world”, incasso, sorrido e proseguo per la splendida giornata. Essendo poco il tempo a disposizione decido di visitare solo due delle varie zone consigliatemi della grande città portuale, il Bund, ovvero l’ex banchina portuale, l’equivalente dei murazzi torinesi, ora immensa passeggiata assolata e affollatissima e Pudong, la zona dei grattacieli che si trova dal lato opposto del fiume rispetto al Bund. Camminare per strada è un’esperienza stranissima, per i milanesi, dovreste provare ad immaginare la Rinascente alla vigilia di Natale, moltiplicata per dieci, ovunque. Nonostante la città sia molto internazionale mi ritrovo ad essere uno dei pochi occidentali in giro per le strade, attirando sguardi esterrefatti per i miei baffi e la barba ed una serie lunghissima di uomini che vogliono farsi una foto con me e bambini che mi guardano, mi indicano, tirando i pantaloni della mamma, con uno sguardo stupito e la bocca aperta. Per andare da una zona all’altra scelgo di prendere il traghetto che attraversa il fiume, data la folla quasi non c’è stato bisogno di camminare per salire sull’imbarcazione, in mezzo a genitori che cercano di proteggere la vita dei figli dalla alla ressa e persone che corrono per potersi accaparrare un posto sul ponte panoramico. Pudong è strana, hai l’impressione di essere minuscolo, insignificante, sensazione che anche la gran folla aiuta a percepire. Tra i grattacieli c’è una passerella  pedonale sopraelevata che li connette, che permette di attraversare le strade senza essere travolti dall’immenso traffico, ma che si rivela un vero e proprio labirinto al momento di dover cercare l’imbocco della metropolitana, visto che tutte le indicazioni portano alla prossima uscita, che una volta presa ti indica che per la metro devi tornare sulla passerella. Nell’epoca delle foto digitali, dei tablet usati come macchina fotografica, l’attività più diffusa in tutte queste zone turistiche è quella delle foto ricordo, scattate nel giusto modo, con lo sfondo di una parte di città e stampate al momento ed incorniciate. Nei posti più panoramici del Bund questi stand recintano addirittura alcune parti di passeggiata per poter avere lo spazio a disposizione per fare le foto ai turisti con il giusto sfondo. La moda dei selfie impazza anche qui e la gente si fotografa la faccia senza nemmeno lo sfondo del panorama.

Tutto un altro fascino ha invece Suzhou, che visito la domenica. Città dai molti canali e dalle zone popolari fatte di case basse, vie intricate, strade strette e alberate, templi buddisti, pagode, torri e monumenti risalenti alla Cina degli imperatori; città della seta e dei mille negozi e dei giardini privati, luogo di tranquillità e quiete in mezzo alla natura. Anche per questa visita scelgo il mio metodo standard, camminare per vedere, curiosare, perdermi e scoprire così le cose, un biglietto di andata per il mattino e uno di ritorno per la sera, con nulla pianificato nel mezzo. UN’incessante pioggia mi accompagna per tutto il giorno, quasi fino a diventare estenuante, per fortuna la visita dei giardini privati, con i loro passaggi coperti che collegano i vari ambienti da un po’ di tregua alla sensazione di bagnato fino al midollo che mi pervade dono stante l’attrezzatura adeguata. Il giardino più famoso, quello dell’umile amministratore, però non riesco a visitarlo, perché vi arrivo dopo essermi perso per una zona popolare, essere entrato in un mercato coperto pieno di pollame, pesce tenuto vivo pompando ossigeno in tinozze d’acqua ed ogni tipo di verdura e frutta e carne esistente, e vi arrivo troppo tardi, alle cinque di pomeriggio quando sta già chiudendo. Un altro ottimo motivo per tornare a visitare questa città, chiamata la Venezia cinese per i canali ben tenuti ed illuminati la sera, dove il vecchio ed il nuovo vivono nei negozi costruiti all’interno di edifici millenari accanto a templi buddisti con statue dorate enormi e mini pagode dove bruciano candele rosse e cataste di artemisia in onore di Buddha. Ormai mi sono abituato ad essere fissato, squadrato e seguito con lo sguardo quando cammino per le strade, soprattutto quelle popolari e periferiche, una sensazione che probabilmente mi mancherà quando, tornato in Europa, sarò di nuovo uno dei tanti con la barba. Mi rimangono i baffi per stupire :P
Al lavoro intanto dopo il primo robot pronto per la vendita altri due lo seguono a stretto giro, l’omino tuttofare sembra aver preso il ritmo ed è pronto anche ad insegnare ad altri tutto quello che gli ho fatto vedere e fare in questi giorni. Un ultimo pasto mi separa dalla partenza e decido di tornare nei banchetti di cibo per strada a  mangiare tagliatelle in brodo con dentro verdure e vari tipi di carne e decido di investire gli ultimi yuan che mi rimangono in un supermercato, dove compro fin troppe cose per il mio bagaglio a cifre irrisorie. Una settimana è volata, prendere il biglietto della metro a Shanghai sembra una cosa facile ormai e muovermi nel formicaio sotterraneo quasi abituale, scelgo di realizzare un sogno di bambino, quando alle medie ho portato all’esame la ricerca sul Giappone e sui treni ad alta velocità a levitazione magnetica e prendo per arrivare in aeroporto il maglev, un missile su magneti che viaggia a 430Km/h come velocità di crociera, compiendo il percorso in soli 4 minuti.

Questa trasferta-viaggio mi ha davvero interessato, ho scoperto una nuova cultura, dai servizi di trasporto eccezionali, con treni in orario e stazioni organizzate come aeroporti, bassifondi pieni di negozietti che sono anche la casa dei proprietari, mezzi di locomozione elettrici di tutte le forme, camion stra-carichi di materiale che più che chiederti come facciano ad andare avanti ti chiedi come diavolo abbiano fatto a stipare roba fino al secondo piano di un palazzo su quel cassone. Ho incrociato sguardi di gente curiosa ed esterrefatta del mio essere a zonzo per le strade, sguardi fissi e fuggevoli, persone con cui risulta impossibile comunicare e negozianti che non ti lasciano avvicinare a nulla senza saltarti addosso per convincerti a comprarlo. Ho vissuto una Cina strana e diversa da quella che tutti i miei colleghi presenti stavano vivendo, facendo colazione con noodles, riso alla cantonese, ravioli al vapore, verdure e riso bollito come contorno e bevanda. La Cina è un mondo strano ed affascinante, che merita di essere approfondita con un altro viaggio, di quelli veri in cui si viaggia solo. Il ritmo della settimana è stato altissimo, con la sveglia mai dopo le sette tutti i giorni, un’energia  data dalla curiosità di tutto ciò che stava attorno, quel tutto che come sempre alla fine di un viaggio ti porta indietro un po’ diverso.

Sono stato un po’ prolisso, ma dovevate aspettarvelo, ho scritto una sola mail quando già solo il viaggio di andata avrebbe potuto meritare una racconto a sé. L’invito rimane sempre lo stesso di tutte le volte, voi mi invitate fuori e ci si prende una birra insieme per continuare la storia ;)

Un abbraccio,
Fabio

 

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